Giorgio Fontana

Libero

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Ho conosciuto Vincenzo Moretti alcuni anni fa.
A Torino gli avevo organizzato la presentazione di un suo libro strano, Enakapata, scritto insieme a Luca, suo figlio, un docu-road-report-story nel quale viene sviluppato un filo rosso tra le modalità della ricerca e del problem solving tra Napoli e Tokio, due lembi del Mondo che sembrano tanto distanti da non potersi mai incontrare, come due rette parallele.

Per smentire questa visione Vincenzo ci infilò dentro quello che fa da sempre, testimonianze e storie di persone in carne ed ossa, con nomi e cognomi, testa, mani e cuore.
Testa, mani e cuore che ora sono le parole chiave del suo primo romanzo, storia che parte dalla bottega ed arriva ai campus ed alle factory, ma che a differenza di troppe storytyelling che circolano sulla questione del lavoro, al centro c’è la persona che usa la tecnologia e mai il contrario.
Un pensiero umanistico, e domestico, che fonda le sue origini nel rinascimento artigiano, nella sociologia sennetiana, ma soprattutto, come dice sempre Vincenzo, nell’alveo morettiano del proprio padre che un giorno gli spiegò la differenza tra il lavoro “preso di faccia” e il lavoro “a meglio a meglio”.

[…]
L’articolo completo e la video intervista in 4 parti su Media2000.it

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