Nicola Cotugno

La forza di Testa, mani e cuore promana dalla forza degli esseri umani che descrive e che lo rendono vivo.
E’ una forza contagiosa, per i lettori e per i personaggi: si trasmette da questi agli oggetti e alle cose con cui lavorano. Fa parlare le cardarelle con cui faticano, gli Ape con cui si spostano: per come Vincenzo ramifica storie, connessioni nei rapporti tra i suoi personaggi è una forza che incanta chi legge, magicamente.
E poi l’alfabetizzazione rurale, rintracciare gli inventori di senso, del senso in quel che si fa, nella attività di chi vive e si lega alla sua terra, che diventa la sua vita, nelle piccole ed umili gesta di donne e uomini che popolano quel racconto, restituendoci il significato profondo del nostro essere su questa terra: è un messaggio esistenziale, quasi spirituale, altissimo, anche se candidamente laico, perché al centro c’è sempre e comunque l’uomo.
Leggere della nonna che racconta a Camilla di Fabrizio, in un incontro intergenerazionale intenso, vero, utile perché totalmente dialogico, mi ha illuminato..
E che dire delle storie della famiglia di Libero, che si stringe intorno ai suoi drammi, lo sostiene, lo conforta, fa vedere l’umanità del dramma perché la malattia umanizza? Difatti Libero è fortunato perché l’affetto della sua famiglia lo proietta in modo struggente in una dimensione condivisa e collettiva di memoria indelebile, che travalica la vita e la sua brutale interruzione, dimensione che solo i rapporti umani forti consentono.
Che poi sono quelli più belli, degni di essere vissuti e raccontati, perché su quelli c’è da fare leva per sollevare questo mondo, che molto spesso umano non è…
Grazie Vincenzo, le storie di umanità che ci racconti ci danno una grande forza, e ci migliorano, vai avanti così.
cotugnotmc

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Tiziana Di Carlo

Ciao Vincenzo,
ho letto il tuo libro e devo dire che  contiene storie di quotidiana semplicità, ma soprattutto evidenzia i rapporti umani, troppo spesso soffocati negli ambienti di lavoro, e i disagi connessi ai lavori umili che, i personaggi del tuo libro, vivono con grande dignità.
Il mondo del lavoro è composto da tante micro realtà, troppo spesso ignorate, e forse il sistema fordista, in un certo senso, non è stato mai superato.
L’uomo viene ancora considerato come una macchina, come un automa, con il duplice ruolo di far crescere i profitti delle imprese e di far sopravvivere la propria famiglia.
Vivo ogni giorno a contatto con i problemi del mondo del lavoro, sia in qualità di giudice del lavoro e sia in qualità di ispettore del lavoro e il racconto di Giovanna mi ha particolarmente colpito perchè evidenzia una serie di disagi del mondo femminile.
Il lavoro al femminile sconta ancora molti retaggi culturali, soprattutto per alcune professionalità che sono considerate tipicamente maschili.
Mi sono immedesimata in Giovanna perchè, per un periodo della mia vita, ho dovuto ispezionare i cantieri edili gestiti anche dalla malavita e, ti assicuro, che non è stata una bella esperienza, ma ho avuto l’occasione di conoscere tanta gente semplice che ha accentuato la mia sensibilità e, in un certo senso, mi ha fatto scendere dal piedistallo.
In questa esperienza, oltre a subire un attentato alla mia femminilità, alla quale tengo molto, ho avvertito il pregiudizio maschile, ma, soprattutto, i giri tortuosi (o forse troppo lineari) attraverso cui l’universo maschile arriva a valutare il  cervello e la professionalità di una donna.
Ma la storia di Giovanna è soprattutto la storia di una moglie e di una madre che si sacrifica per la famiglia, cucinando le frittate per i figli e cercando di gestire al meglio il suo tempo.
La situazione lavorativa di Giovanna è ben lontana dai moderni sistemi di “work life balance” a cui, purtroppo, soltanto pochissime realtà aziendali sono arrivate.
Ti ringrazio per avere sollecitato le mie riflessioni, troppo spesso intrappolate in sillogismi giuridici.
Complimenti!
gr1

Amico Antenucci

L’autore, che in questo periodo sta lavorando alla seconda edizione de La Notte del Lavoro Narrato, ama ripetere spesso  «qualunque cosa tu abbia scelto di fare, fallo bene”; io, forse più realisticamente, direi “cerca di farlo bene”.
In questo romanzo fatto di tanti racconti il tema del lavoro è preminente. Non mancano spunti filosofici all’interno di un percorso di vita con persone a lui care e  tratti di particolare ironia napoletana e come accade nella vita reale, vicende dolorose con la vitale commozione che ne consegue.
Scevro da ogni tipo di retorica, penso che momenti come quelli che stiamo attraversando e l’occasione che ci offre l’autore rispetto al romanzo e al lavoro a cui si sta dedicando, ci impongano parole e intenzioni serie.
In un contesto sociale come quello attuale, iniziative dello stesso tenore, in ogni caso come quelle che Moretti sta sviluppando in più parti del nostro Paese dovrebbero moltiplicarsi ancora di più e non solo in Italia.
Siamo soffocati e incalzati da segnali negativi da ogni angolo del pianeta e in Italia la fanno da padrone, la mala politica, la corruzione insieme alla malavita organizzata, una disoccupazione pesantissima per i nostri giovani, forse l’elemento più drammatico, iniziative di guerra vicino alle nostre aree e oltre.
In tutto queste brutture emerge l’odio tra gli essere umani, perché ogni ragione sembrerebbe quella vera, per cui ognuno si sente portatore di verità. Ma l’odio chiama altro odio e solo la cultura, a qualunque livello, è in grado di restituire agli uomini la capacità di dialogare e quindi di risolvere i problemi prima dell’irreparabile.
Il lavoro e con esso la cultura più nobile che lo rappresenta – ci dice l’autore e come si può non essere d’accordo -, è un tema dominante ed è allo stesso tempo una branca essenziale della nostra vita. La mancanza di lavoro o le modalità con il quale viene attuato indirizzano la civiltà e quindi la cultura e quindi il dialogo. Ogni rifiuto della cultura in generale porta alla conseguenza del “muro contro muro”, producendo livelli di oscurantismo del quale la storia dell’umanità è piena sin dalle proprie origini.
Dialogare è cultura di tolleranza e di solidarietà e talvolta di floridezza economica.

Patrizia Carnevale

unitaxfb.jpgCiao Vincenzo,
i tuoi racconti mi stanno sfrocoliando una marea di idee; alcune storie hanno un “back-stage” emotivo, psico-drammatico, raccontato con una leggerezza stilistica struggente, che davvero fanno capire che le scelte dei protagonisti riguardo alle svolte di vita e ai lavori “inventati”, nascono da condizioni storiche e sociali inique, ingiuste.
Siamo sempre a bomba con la stessa tragica domanda: come abbiamo potuto permettere che si smantellasse un sistema, non perfetto ma perfettibile, per assistere impotenti a una restaurazione … ossia ad una vera dittatura dei potentati economico-finanziari.
E’ arrivato il tempo di riappropriarsi della qualità della vita; intanto si, narriamolo il lavoro, inventiamolo, ma cerchiamo di uscire da questa morsa soffocante!!!
Ecco, volevo dirti questo e poi vorrei dire ancora un milione di cose e mi piacerebbe davvero avere un confronto diretto con te, a voce,  davanti ad un buon bicchiere, magari in compagnia del nostro comune amico … Amico!!

Umberto Pastore

Ciao.
Testa, Mani e Cuore è molto bello. L’ho letto con la tua voce e via Canova mi ha scosso il cuore e gli occhi.
In questo momento ancora triste con Antonio stiamo andando ai funerali di Pino Daniele.
A presto amico mio.
Umberto
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Camillo Di Tullio

Leggendo #testamaniecuore di Vincenzo Moretti con le luminarie domestiche ascoltando i The Piano Guys il cuore si riapre e ritrovi la serenità.
ditullio1

Massimo Alesiani

alesiani1Buon giorno. Proprio oggi ho terminato la lettura di Testa, mani e cuore di Vincenzo Moretti, che mi sono permesso di invitare in questo gruppo, edito da Ediesse nella collana Carta Bianca.
Il libro mi è stato consigliato dall’amica Nunzia, che mai finirò di ringraziare.
Come ho già scritto in questo Tinello (Il Tinello Letterario), io leggo prevalentemente thriller, gialli, noir, di ottimi scrittori, alla Deaver, alla Lucarelli, alla Vichi, e quando esco dai nomi che conosco, soprattutto poi se esco dal genere poliziesco, devo dirvi che ho sempre parecchi timori che il libro non mi piaccia, perché chi è abituato ai thriller ben fatti, poi diventa esigente.
Premesso questo, il libro la cui copertina vedete di lato, non ha nulla da invidiare a nessun best seller che ho letto in questi anni. Naturalmente non è un thriller, ma è un coacervo di belle sensazioni, emozioni, dialoghi, e spunti scientifici e filosofici che difficilmente si incontrano tutti insieme in un solo libro. Il tutto, legato dalla trama di una storia di dolore e speranza che, alla fine, nelle ultime pagine, vi sorprenderà come potrebbe un thriller di Jeffery Deaver. Inoltre, è perfetto per essere letto in questo periodo, in quanto le ultime pagine parlano proprio di due vigilie natalizie, diverse tra di loro e tutte da scoprire.
Sono felicissimo di averlo nella mia modesta libreria personale, ed auguro anche a voi di averlo nella vostra.
Buona domenica a tutti.

Luisa Landi

landiIl commento di Luisa Landi è del maggio scorso. Me lo ero completamente perso, e oggi quando l’ho letto mi ha sinceramente commosso. Insieme al commento,  trovate anche lo scambio di citazioni tra Luisa e Michela, la nuora, è della fine di aprile, e questo lo capisco di più che mi è sfuggito perché erano i giorni precedenti a La Notte del Lavoro Narrato e in quel periodo lì mi sono perso tante cose, non di rado pure io. Comunque, alla fine anche Luisa è arrivata su queste pagine, e io ne sono davvero contento, e onorato.
vm

Luisa Landi
A me Testa, Mani e Cuore è piaciuto e l’ho trovato anche utile.
Mi sono ritrovata a fare una supplenza in una quarta elementare piuttosto turbolenta, classe evitata da tutti, come la peste, per la difficoltà a mantenere l’attenzione per più di due mniuti. Non avendo con me alcun materiale didattico, ho tirato dalla mia borsa il libro ed ho letto “La cardarella”. I bambini hanno ascoltato con attenzione, divertiti dal fatto che un oggetto esprimesse delle opinioni. Ne è nata una bella discussione sul lavoro ben fatto, ma è stata anche un’occasione per presentare le personificazioni nel testo descrittivo. Non avrei potuto trovare un sussidio migliore!!!

Luisa Landi a Michela Ceruso
Non c’è niente da fare, quando hai fatto la gavetta, quando hai buttato sudore e sangue per fare quello che ti piace fare é un’altra storia. Le vedi lì che lavorano e si arrovellano con le cose da sistemare, le bollette da pagare, i nuovi piatti da inventare e quelli tradizionali da riscoprire, perché insomma ci vuole il tempo che ci vuole prima che ci possa fermare a riprendere fiato, ma io che ne ho viste tante dico che ce la faranno, e comunque lo spero, e intanto faccio di tutto per aiutarle, perché sono donne, sono brave e, soprattutto, perché hanno l’approccio giusto, amano quello che fanno.
Testa, Mani e Cuore,  pagg. 78-79

Michela Ceruso
“Sì, ci sono cose che se non le hai vissute non le puoi capire veramente. Come fai a spiegare quanto diventi vulnerabile, fino a che punto senti la necessità di pensare a te, a quello che sei, a quello che vorresti essere, a quello di cui hai bisogno per riempire il vuoto di quella vita e un poco. E’ in questi frangenti che capisci che cos’è una famiglia, capisci perché averla, o non averla, non è la stessa cosa.” (TMC, pag. 191)
Io di famiglie ne ho due.. Ma soprattutto ho due mamme!

Tania Esposito

espositoCiao Vincenzo.
Ho terminato di leggere il tuo libro (scusa il ritardo), mi è piaciuto molto, l’ho trovato scorrevole, simpatico.
Hai trattato il tema della malattia con delicatezza e senso pratico, con il giusto equilibrio, per quanto si possa definire equilibrata una conversazione su un malato di tumore. Spesso mi sono trovata a sorridere leggendo una terminologia usata dai miei genitori.
Il tuo rispetto per il lavoro ed il tuo senso del dovere lo condivido a pieno, sono i valori che avevano mio padre ed il padre di mio padre e che mi sono stati trasmessi con l’esempio. Si, con l’esempio, perché a ripensarci queste cose le sento dentro ma non le ho mai sentite pronunciare forse perché per la generazione precedente erano scontate … e quella attuale non le conosce abbastanza.
Complimenti, questo libro mi ha dato molti spunti di riflessione!
Un caro saluto.
Tania

Martino Santillo

Per un lettore attento, che voglia partecipare al processo narrativo, Testa, mani e cuore di Vincenzo Moretti (Casa editrice Ediesse) è un libro che vale la lettura. Ci sono almeno due validi motivi per leggerlo:
I) si tratta di un libro che divora se stesso e il suo autore;
II) non si tratta di un libro “edonistico”.

Per il primo punto dobbiamo essere un po’ più chiari e parlare di struttura della narrazione. Al suo interno non troviamo una voce che occupa in pieno tutto il rapporto narrativo, bensì un insieme di piani diversi in cui il lettore trova il proprio spazio d’intervento.
Possiamo dire che abbiamo una struttura divisa in due livelli. Nel primo livello troviamo i dialoghi dei due fratelli Libero e Cosimo, che danno vita al testo, mentre nel secondo livello troviamo altri racconti. La storia dei due fratelli, infatti, è interrotta sette volte da altrettanti gruppi di tre racconti che apparentemente sono slegati dalla storia principale. I racconti, che chiameremo minori, sono legati alla storia principale per due ragioni: sono scritti dal personaggio Cosimo, e parlano degli stessi argomenti che quest’ultimo affrontata nei dialoghi col fratello.
Il lettore comprende in breve, dalle parole di Libero, che i testi del secondo livello sono letteralmente racconti nel racconto, poiché sono il libro che Cosimo sta scrivendo, che Libero sta leggendo e il lettore con lui.
Le trame dei racconti come i dialoghi dei due fratelli sono incentrati su un tema ben preciso: il lavoro ben fatto! Lo stesso titolo del libro Testa, mani e cuore indica l’impegno la tecnica e soprattutto la passione che devono essere impiegate in qualsiasi lavoro. Su questo filo rosso si susseguono le parole di Libero e Cosimo, di una cardarella, di una piazza, di Ottavia, e tanti altri personaggi umani e non.
Capire come i racconti minori siano intrecciati, più che legati, al racconto principale ci aiuta a comprendere anche la definizione di “libro che divora se stesso”.
Nelle righe iniziali abbiamo il personaggio Cosimo, prima voce narrante, che riflette sulla condizione d’inabilità al lavoro del fratello Libero. Quest’ultimo si offre di leggere le bozze del nuovo libro del fratello, e così comincia il primo blocco di tre racconti. Alla ripresa della narrazione principale, il lettore comprende che la storia di Libero ha influenzato Cosimo nello scrivere i suoi racconti, e i suoi racconti influenzano i loro successivi incontri. Perciò i due filoni narrativi, primo e secondo livello, essendo accomunati da stessi temi e influenzandosi reciprocamente procedono di pari passo.
Ci troviamo di fronte all’utilizzo di un classico strumento della narrazione cioè quello che viene chiamato “cornice” o anche “struttura”. È uno strumento tipico della narrazione che ha antecedenti antichi, come la Shahrazad (richiamata nel testo) delle Mille e una notte, e illustri, come le vicende della brigata del Decameron. Si tratta di una narrazione in cui sono adagiate altre narrazioni, accomunate dai temi trattati: variazioni in questo caso del “lavoro ben fatto”.
Le diverse narrazioni insistono sull’impegno e sulla qualità del lavoro come dovere, e soprattutto sulla dignità del lavoratore di qualità, come professionista, qualunque sia l’ambito d’impiego.
La tecnica usata per ottenere un senso di variazione nei racconti è lo spostamento continuo del punto di vista dei molteplici narratori. Questa coralità di voci serve anche a rendere più sensibile un altro tema, la cui presenza nel testo non è secondaria, cioè la condivisione.
Si tratta in particolare di un preciso processo di condivisione: la narrazione. Il racconto e la trasmissione di messaggi da un soggetto all’altro hanno nel testo di Moretti una forte vocazione identitaria. La condivisione è considerata come un processo fondante, grazie al quale creare una comunità attorno al fulcro preciso che è il messaggio della narrazione.
Nella struttura duplice del testo entrambe le parti del sistema portano in sé il messaggio e la riflessione, che poi è messaggio a sua volta.
Si racconta per condividere e si condivide per fondare una comunità e tenerla assieme. Dunque in questo libro non solo c’è un centro tematico ma anche la consapevolezza di un’azione volontaria.

santilloQuest’ultima osservazione ci ha condotto ormai anche a spiegare il punto secondo della nostra affermazione iniziale. Abbiamo scritto che il testo di Moretti non è un libro “edonistico”. Testa, mani e cuore non risponde, infatti, a un’esigenza narrativa fine a se stessa. La smania di raccontare non è un desiderio personale, ma è una necessità pratica.
Il testo di Moretti, più che un romanzo è quasi un trattato sotto forma di dialogo, che non esaurisce la sua funzione nel formato libro. Come ha scritto Ezio Raimondi in Un’etica del lettore: «Un testo è un segno di vita cui si deve continuare a dare vita» (Ezio Raimondi, Un’etica del lettore, il Mulino, Bologna 2007, p. 16), e quella di Moretti è una vera e propria chiamata alle armi. Se cerchiamo su internet #lavorobenfatto troveremo tutta una serie di blog dove Moretti, e i suoi collaboratori raccolgono storie ed eventi in giro per il Paese, storie di “lavoro bene fatto”, raccontando esperienze, difficoltà e speranze.
Alcuni esempi sono #lavorobenfatto e pensieri e parole, e anche l’importante la notte del lavoro narrato, ma insieme ad altri si possono ritrovare in osservatorio #lavorobenfatto: un “luogo” dove “promuovere, diffondere, condividere, con le idee e con le azioni, tra le persone e nelle organizzazioni con cui interagiamo, la cultura, l’approccio, l’etica del #lavorobenfatto.”.
In queste pagine web troviamo molte storie raccontate da Moretti. È chiaro dunque come Testa, mani e cuore sia un libro che divora il suo autore, là dove la figura del personaggio Cosimo, e i suoi ideali, le sue riflessioni, sono un’espressione della volontà e delle speranze di Moretti.
Il libro, infine, non appare come un testo a se stante, né tantomeno chiuso, bensì è un’opera che spezza il rapporto tra il narratore e il lettore solo per stringere un legame tra il lettore e l’autore.
Comprendiamo quanto Testa, mani e cuore sia parte di un progetto più ampio e di speranze poggiate su tempi lunghi. I valori raccontati e l’importanza attribuita all’atto della narrazione, e soprattutto alla centralità della condivisione, assumono un peso al di fuori delle pagine del libro e portano con sé il lettore invitandolo a prendervi parte. Ecco che il lettore attento potrà recitare una parte non solo nel gioco narrativo, ma anche al di fuori di esso.

Maria Valente

21 Agosto 2014
L’ho dovuto leggere due volte perché la prima non lo avevo letto ma divorato.

7 Ottobre 2013
Lo posso dire? Non ti avevo mai sentito nominare e adesso mi vergogno a darti del tu.
Ho comprato Testa, Mani e Cuore insieme all’ultimo libro di Erri De luca, autore che mi piace molto, ma tra i due ho dato la precedenza al tuo libro, così, per curiosità. L’ho letto ma non l’ho letto: l’ho divorato, non sono riuscita ad interrompere la lettura. E’ quello che mi succede quando un libro mi coinvolge – e quindi lo devo rileggere, mannaggia a te!!! E poi devo comprare anche gli altri, mannaggia a te!!!
Avrei fatto volentieri l’insegnante ma ai tempi miei bisognava sistemare tutti quelli che non erano ancora di ruolo perché la guerra aveva bloccato i concorsi ed ho ripiegato sul lavoro in Banca (che tristezza), e non mi sono resa conto di quanto sono regredita in un ambiente così arido, anche se ho sempre cercato di fare il mio lavoro con la testa, le mani ed il cuore.
Grazie per essere quello che sei.
Ciao

Gabriella Crivellaro

tmc_cover_a.jpgIn una fresca sera di luglio, giunta oramai quasi al termine della magnifica esperienza Camp di Grano 2014, arriva come ennesima bella sorpresa la lunga, amichevole chiacchierata con Vincenzo (Moretti) sul tema: “il lavoro fatto bene”, tema su cui lui ha scritto un libro e di cui continua ad occuparsi con grande passione.
Metto da parte quel filo di rammarico per non averlo conosciuto prima così da partecipare attivamente a quel progetto, e mi sento colma di gratitudine per averlo conosciuto almeno adesso.

Mantenere ben saldo – al di là di tutto – il proprio orgoglio umano e professionale di saper fare “bene” il proprio lavoro, di questi tempi, con il pressapochismo che, sempre più arrogantemente, annebbia praticamente tutto il panorama a vista d’occhio, non è affatto facile.
Ma, a saper guardare, ci sono moltissimi esempi di tante altre persone che, come me scelgono -comunque sia- la strada della serietà professionale con vivace e sempre rinnovata energia. “Sentirsi parte”, riconoscere tra i propri amici e collaboratori più stretti altre persone che vivono e lavorano mettendo sullo stesso piano “testa, mani, cuore” da una grande gioia, un forte slancio alla speranza.

Come prima di me mio padre e mia madre -prima ancora ispirati dai nonni e chissà da quante generazioni- insieme ai miei otto fratelli, ed anche grazie ai buoni maestri che ho avuto la fortuna di trovare sulla mia strada, ho a cuore il mio lavoro; che sia un complesso progetto grafico che va a buon fine (…non di rado faticoso come un parto plurigemellare!), o una siepe di ribes che porta frutti in abbondanza, o cose ancora più piccole ma non certo meno importanti.
Quando senti che “vivere” e “possedere un mestiere” vanno di pari passo, non puoi non sentire gratitudine per l’immensa fortuna che possiedi. Mi auguro di saperla anch’io tramandare ai miei figli, e a tanti altri.

Grazie Vincenzo per avermi aiutato a metterlo a fuoco.

20 Agosto 2014

Sono molto contento del cammino fatto fino ad oggi con Testa, Mani e Cuore.
107 recensioni e commenti, 30 presentazioni, 1098 “mi piace” su Facebook, migliaia di donne e uomini che sono entrate nella mia vita grazie a una stretta di mano, una dedica, un commento, una citazione, un post sui social network, tanti nuovi progetti che sono nati anche grazie alle relazioni e alle connessioni che tutto questo ha determinato.
Ma sì, se ci penso dire sono molto contento è poco, in realtà sono felice, e quando leggo le cose che avete scritto dopo aver letto il libro spesso mi commuovo, e però, anche se l’avete già capito ve lo dico lo stesso, tutto questo che è sicuramente tantissimo non è ancora abbastanza.
Si, possiamo fare di più. Più lettrici e lettori, più recensioni e commenti, più presentazioni, più diffusione sui social network, più, più, più.
Sì, avete letto bene, ho scritto possiamo, e non è tanto per dire, perché senza il vostro aiuto, le vostre proposte, le vostre iniziative, la vostra capacità di mobilitazione, io non vado da nessuna parte.
Ecco, mentre ci pensate su vi ripropongo l’intervista registrata a margine della presentazione del 27 Giugno a Policoro, che per adesso è l’ultima, ma io spero tanto lo sia ancora per poco.
Resto in ascolto. Vi voglio bene. Come sempre a prescindere.

Assunta Malafronte

malafronteUn libro in cui avviene il “match” perfetto tra i “sostegni” della vita: la famiglia e il lavoro. Qualunque cosa tu faccia o che abbia scelto di fare, falla bene.
È così nella famiglia, come nel lavoro. Se ci metti impegno (testa), se ti “sporchi” le mani e ti fai trascinare dalla passione (cuore), sai di aver fatto comunque la cosa giusta.

Stefano Nicoletti

Libero

Libero

Il libro di Vincenzo Moretti: avete presente Gomorra di Roberto Saviano? Ecco, uguale, ma col segno +, col sorriso, con la speranza dentro.

Vincenzo Crolla

La cardarella

La cardarella

Come in un caleidoscopio
Non che ci fossimo conosciuti granché. Ché, mentre io lasciavo lui entrava.
E, quando ci eravamo incontrati in Via Torino, forse trent’anni fa forse più, non era stato per una qualche petizione o lagnanza ché non avevo da portarne, ma per trovare ascolto si. Perché quell’amarezza mi rodeva e volevo che non restasse tutta dentro di me. Cercavo uno con cui condividerla. E trovai lui. Con una stazza ed un naso decisamente improbabili ma con un carico di umanità direttamente proporzionale alla sua figura incongrua.
L’ho ritrovato casualmente qui. Grazie alla magia che questo luogo, a volte, improvvisamente regala. Come un’Epifania, come una meraviglia.
Ci siamo sentiti allora E ci siamo visti. Ad un tavolo di quello che sta diventando, lentamente ma tenacemente, il nostro luogo: il Caffè Azar. Luogo di aneddoti, di ricordi, di cazzeggio puro e di elaborazione di serissime teorie sull’evoluzione dell’Universo o sulla sua definitiva involuzione e scomparsa.
E lui, Vincenzo Moretti, ha voluto portare con se, spiazzandomi, ché io ero arrivato a mani vuote, il suo libro; il suo primo romanzo, esprimendo il desiderio che lo leggessi ed elaborassi un pensiero, un’opinione. Non una recensione, che non è cosa da dilettanti come me. E così, eccomi qui, precipitato nel ruolo di Tonino, uno dei personaggi del suo libro, che chiamato a recensire l’opera di due sue amiche, premette e dichiara, già nell’incipit, il suo “conflitto d’interessi”. Un interesse immateriale ovviamente, perché solo di affetto si tratta. Esattamente la stessa cosa che è capitata a me negli ultimi mesi. Perché non è la prima volta, che vengo chiamato da persone amiche a dire la mia sulle cose che hanno sentito di dire a sé stessi, innanzitutto, e, poi, agli altri pubblicamente: come una confessione, come una seduta terapeutica, come il bisogno di sgravare, con più o meno dolore. Solleticando molto la mia vanità, ma anche addossandomi un’enorme responsabilità: che dire se il libro non ti è piaciuto? Quali parole scegliere, parole diplomatiche, per dire e non dire, per alludere con gentilezza? Per usare solo il carboncino a dipingere un gradevole bozzetto in chiaroscuro ed evitare di essere troppo crudamente ruvido, tanto da arrecare offesa? Non è facile credetemi. Ma, i miei amici, tutti, mi hanno sollevato da questo indicibile imbarazzo. I libri che ho letto sono stati tutti delle vere e proprie miniere di emozioni e di commozioni e di ricordi. E “Testa, mani e cuore” di Vincnzo non si è sottratto a questa regola confermandomi che spesso gli autori, i grandi autori, restano, per qualche strano mistero, sconosciuti ai più.

Perché questo è un bel libro. Un bel romanzo. Che intanto mi ha confermato una mia convinzione di sempre: che la filosofia, cercando famelica la realtà, finisce spesso con l’arenarsi sulle spiagge della fantasia. E che, al contrario, la letteratura, giocando a rimpiattino con la fantasia, trova, negli angoli più impensati, con grazia, la realtà. E così fa questo romanzo; che mette al centro la vita, quella vera, col suo carico di fatica, di sudore, di gioia e di dolore, di empatia, di amicizia, di affetto e di solidarietà. La vita e l’umano. A qualcuno potrà apparire iperbolico il paragone con le tele del Caravaggio che, forse per primo, oltre a indicare tecniche e modalità della scenografia, comincia a far scendere i suoi dipinti dalla poetica impalpabilità dei sette cieli alla più terrena, sanguigna e carnale vita vera. Così Giuditta che taglia la gola a Oloferne o il baro al tavolo da gioco o, ancora, la zingara che mentre legge la mano all’incauto gentiluomo, con destrezza, gli sfila l’anello. L’altra cosa che mi era risalita alla memoria era Lee Masters e la sua Antologia, ma lì, a raccontarsi, sono, con tutto il loro carico di umanità e di dolore, le persone. Quelle che non ci sono più e che si raccontano coi tempi dell’inevitabile imperfetto. A raccontarsi qui, invece, come in un caleidoscopio, sono le persone, gli oggetti, i concetti e le filosofie.
Dalla “cardarella” del muratore, al barbiere, al tempo sulla bocca della nonna che lo racconta alla nipotina. Un caleidoscopio si. Uno di quegli oggetti che i bambini di un tempo, piccoli artigiani in erba, i propri giochi li costruivano da soli, con le proprie mani e la propria fantasia, realizzando i loro capolavori senza troppe alchimie tecniche e senza il supporto di astruse filosofie.
Con questo libro Vincenzo Moretti mi ha ricordato che nel mondo delle tecnologie sofisticate, l’umano non è negletto ma che, al contrario, riesce a servirsi di loro per affermare con un sorriso, ma anche con la giusta determinazione, che lui c’è ancora. E che, ancora, fa molto bene il proprio lavoro.

Adriana Nannicini

mgdg1Stupore. Immediato, divertito e poi un po’ sospeso. Il primo effetto alla lettura del libro di Vincenzo Moretti. Per la lingua che da corposità ai pensieri, distante dal nord dove vivo, ma non solo, e lavoro.
Lingua affabulatoria, orale, insinuante e divagante. Stupisce e disarma. E così io mi sono lasciata condurre nelle mille storie, immaginando voci, toni e ritmi, disegnando gesti di mani, percorsi di gesti, un giorno dopo l’altro, una vita all’inizio e quelle già quasi compiute.
Passione per il lavoro ben fatto, ricorrente passione di Vincenzo che dà conto e narra donne e uomini, luoghi dell’anima e del mondo, lavori che altri hanno declinato per opposizioni e contrapposizioni per semplificare i paesaggi della post modernità, e lui invece li accomuna, li dispone accanto, li cuce insieme ricamando per ognuno una tessera, componendo una sinfonia mutevole all’orecchio del lettore. Svelando non solo un mondo, ma un modo di viverci e di sentirlo quello che ha da essere ancora  ‘il mondo del lavoro’ abitato appunto.
Stupore dunque, niente di meno. Avvertirsi sorpresi e meravigliati è ormai esperienza rara e preziosa, grazie dunque.

Giorgio Fontana

Libero

Libero

Ho conosciuto Vincenzo Moretti alcuni anni fa.
A Torino gli avevo organizzato la presentazione di un suo libro strano, Enakapata, scritto insieme a Luca, suo figlio, un docu-road-report-story nel quale viene sviluppato un filo rosso tra le modalità della ricerca e del problem solving tra Napoli e Tokio, due lembi del Mondo che sembrano tanto distanti da non potersi mai incontrare, come due rette parallele.

Per smentire questa visione Vincenzo ci infilò dentro quello che fa da sempre, testimonianze e storie di persone in carne ed ossa, con nomi e cognomi, testa, mani e cuore.
Testa, mani e cuore che ora sono le parole chiave del suo primo romanzo, storia che parte dalla bottega ed arriva ai campus ed alle factory, ma che a differenza di troppe storytyelling che circolano sulla questione del lavoro, al centro c’è la persona che usa la tecnologia e mai il contrario.
Un pensiero umanistico, e domestico, che fonda le sue origini nel rinascimento artigiano, nella sociologia sennetiana, ma soprattutto, come dice sempre Vincenzo, nell’alveo morettiano del proprio padre che un giorno gli spiegò la differenza tra il lavoro “preso di faccia” e il lavoro “a meglio a meglio”.

[…]
L’articolo completo e la video intervista in 4 parti su Media2000.it

Vanessa Renato

Ciao Vincenzo,
tra i vari impegni ho finito ora il libro.
“… Quello che davvero fa venire fuori le capacità delle persone è l’approccio con cui qui si fa ricerca, l’attenzione rivolta a ciò che sai e sai fare, la praticità degli insegnamenti, l’informalità del rapporto tra docenti e studenti …”.
E’ uno dei passi che più sento mio, lo condivido in pieno. Abbattere le distanze è l’unica “arma” che abbiamo per il progresso, per rendere reali i progetti di ognuno di noi, anche se a volte abbiamo paura di parlarne perché non vogliamo sentirci inferiori a chi (apparentemente) ne sa più di noi.
Un abbraccio fortissimo a te e a Cinzia e ancora complimenti per il tuo libro!
marano

Salvatore Testa

salvatore1Buonasera Vincenzo,
posso dire che sono arrivato a metà libro in mezza giornata e che vale la pena leggerlo. E’ una impostazione particolare che dà voce al lavoro fatto bene facendo parlare le persone, le cose, i posti, le sensazioni. bravo.

Rieccomi Vincenzo,
ho appena finito di leggere il tuo libro. Vi sono dei passaggi emozionanti. Scopo dell’arte (pittura, scultura, musica, letteratura) è quello di provocare emozioni in chi vede e ascolta. Hai raggiunto il tuo scopo. Purtroppo la gente legge poco e non ci sono più i vecchi librai che sanno consigliare buoni libri. A presto.

Nando Santoro

santoro1Dunque. E’ un’abitudine che ho da tempo. Se escono libri che hanno successo, di cui si parla tanto, che sono un vero e proprio caso letterario, generalmente li compro. E per una volta contravvengo all’aurea regola che mi sono dato, quella di entrare in libreria e comprare libri a chili, magari per il titolo, per l’argomento, per una qualche altro motivo che non sia la recensione su qualche giornale o rivista. (Una cosa che mi piace molto sono le mini recensioni scritte sulla quarta di copertina, alcune attraggono molto il potenziale lettore, ma ne parliamo un’altra volta).
Lo stesso faccio con i libri di Vincenzo Moretti. Lui mi avverte che ne sta scrivendo uno, poi che sta per uscire, poi che è uscito, poi che c’è la presentazione. Diligentemente, vado a comprarlo. (Non gliene chiedo mai una copia omaggio, anche se ci conosciamo da 35 anni. Perché? Come perché? Scusate, se avete un amico salumiere mica gli chiedete 250 grammi di prosciutto in omaggio?). E poi lo ripongo sullo scaffale, insieme agli altri Libri Che Devo Assolutamente Leggere Perché Me Ne Hanno Parlato Bene (non so se avete presente Calvino di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”).
Poi capita che per un motivo qualsiasi mi metto a guardare la libreria di casa alla ricerca di qualcosa da leggere (il 20% delle centinaia di libri che occupano casa mia è composto da Libri Non Ancora Letti, sempre per parafrasare Calvino). Così è successo con Testa, mani e cuore. L’ho preso, ho dato una scorsa alle pagine e ho visto che non era il “solito” libro di Vincenzo. Non un saggio, o una raccolta di testimonianze ma un vero e proprio romanzo.
L’ho letto in un paio di giorni fra ufficio, bagno, bus, letto e divano. E poi sono tornato indietro a rileggerne qualche capitolo: la Cardarella, la Piazza, il Salone. E poi Libero, Cosimo, Maria. Nomi inventati di persone in carne ossa, che ho conosciuto, che ho frequentato, anche se sempre maledettamente poco, e negli ultimi anni più attraverso i racconti di Vincenzo che non in presa diretta.
‘Sta cosa che le cose parlano deve essere frutto di qualche lettura di filosofie orientali da parte dell’autore. Ma non è questo il punto.
Il punto è che ci sono pagine del romanzo che sono pura letteratura. E se lo dico io, che ho sempre rimproverato a Vincenzo di leggere troppi saggi e pochi romanzi, mi dovete credere. Mo’ non è che voglio esagerare, ma alcune righe sul cibo mi hanno ricordato la triade dei giallisti mediterranei (Montalban, Izzo, Camilleri). Le pagine su Di Vittorio sono commoventi. Commovente è la storia di Cosimo e Libero, con quel filo d’ironia che porta addirittura al rovesciamento della realtà. E il papà di Cosimo e Libero, che ho conosciuto e che viene descritto esattamente così come era.
E poi questa cosa del lavoro ben fatto, della raccomandazione a metterci testa, mani e cuore in ogni cosa che fai … che è poi la cifra delle cose che ci diciamo io e Vincenzo ogni volta che ci vediamo.
Bene così, amico mio, il primo romanzo è andato bene. Ora aspetto che sbagli il secondo.

Gaetano Fimiani

CRW_3806Ho letto con molto piacere il romanzo di Vincenzo Moretti, con la sua struttura di un racconto cornice che sottende un catalogo di storie brevi esemplate sul rapporto tra l’uomo e le cose. L’ho letto con piacere perché se riteniamo che la società abbia il compito primario di educare cittadini e non utili impiegati, servili, arrendevoli ed infine alienati,  e se la letteratura aiuta quanto la cultura scientifica alla formazione del senso, da contrapporre ogni giorno alla formazione del consenso e dell’omologazione, allora cultura umanistica e cultura tecnica devono essere convergenti e complementari. E questo libro lo ribadisce.

Ragionando attorno alla figura di Nikolaj Leskov, un narratore russo dell’Ottocento, il critico Benjamin accostava la figura del narratore tradizionale a quella del giusto: a quella cioè di colui che osserva e che conserva ciò che osservando ha imparato, facendosene testimone e tramite per la collettività. Compito del narratore così inteso è “ lavorare la materia prima delle esperienze”. Le figure tratteggiate da Vincenzo sono bellissime e l’articolazione, che vado ad illustrare,  ha una solidità indiscutibile.

Intorno a sette capitoli che raccontano la vicenda di malattia di Libero, fratello del narratore Cosimo, si articolano blocchi narrativi che sono intersecati e quasi osmotici fra di loro. E’ il lavoro visto dalla molteplice rifrazione letteraria dei suoi strumenti (cinque racconti), dei luoghi (quattro racconti) delle idee (quattro racconti) e del futuro (quattro racconti).  Raramente ho trovato nei libri degli ultimi anni una disposizione così coinvolgente, mossa dall’intento dell’autore di servirsi della letteratura come tramite di conoscenza dell’esperienza umana.  Nei racconti che formano il romanzo di Moretti, mi pare si possa argomentare che la scrittura stessa sia uno strumento per costruire una dimora, nel romanzo di Moretti ci si abita imparando a familiarizzare con l’esistenza e a contemplare la mappa delle sue possibilità. Più densa ed eloquente della nostra vita quotidiana, la sua pagina, intrisa del rispetto etico per il lavoro fatto bene, amplia il nostro universo e ci stimola ad immaginare altri modi di concepirlo ed organizzarlo. Già Primo Levi ne L’altrui mestiere ci ricorda che una distinzione fra letteratura arte e tecnica non la conoscevano né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Dante, né Galileo e tantomeno Goethe. Quello che la modernità si è disabituata a fare è pensare alla complessa interrelazione fra le cose, divario che ha preso sempre più campo in seguito all’automazione digitale. Oggi non si è più a conoscenza delle competenze per produrre un manufatto, la stessa realtà assume sfumature di virtuale. Nel testo di Moretti prende corpo l’idea che il testo letterario sia un potente strumento  con il quale è possibile recuperare il senso del lavoro. Moretti parte dallo strumento più semplice la cardarella, in cui consiste il fondamento del palazzo multipiano. Sollevata sulle spalle di lavoratori in equilibrio verso il cielo, la cardarella parla in prima persona, tonalità prevalente nel romanzo. Dalla cardarella si passa al vocabolario, alla necessità avvertita dallo stesso Di Vittorio che per parlare di lavoro e per il lavoro è necessario dare un nome alle cose: è uno dei miei preferiti, sembra di veder sfogliare le pagine. Un oggetto più complesso il kanban, tramato sul filo della sostituzione della meccanica fordista all’automazione giapponese, con tutte le derive di prospettiva che ne conseguono sul piano dell’occupazione e del ruolo dell’operaio. Il ritorno nostalgico al veicolo di lavoro per eccellenza, l’Ape, che diventa il locomotore del desiderio d’amore del protagonista in un viaggio dove le lotte sindacali si stagliano sullo sfondo di un amore maturo. Infine la nuvola, simbolo stesso dell’immateriale che si compone in tante forme diverse che parlano al cuore. E badate che ho parlato solo di un’ipotesi interpretativa tra le molte possibili. Proviamo a tracciare almeno un altro percorso iniziando dal secondo racconto. Il titolo spia è il lavoro e le persone, e già qui si potrebbe affermare che le cose esistono perché ci sono le persone che attraverso di esse danno un senso alla propria vita.  Percorso che inizia da Lorenzo che dalle corse dei cavalli ha dovuto fare i conti con l’eterna corsa della vita e poi si ritrova come estraneo dal suo paese natale che conserva sempre il suo ritmo atavico e l’ha come espulso da sé: “ ma che ne sa la gente, che ne sanno i muri e i ponti le chiese quanto mi è costato aggrapparmi al futuro, dare un senso ai giorni e alle notti, fatti di libri e di solitudine? Che ne sanno dell’ansia che accompagna i tuoi giorni perché ti tocca correre, lavorare, e pensare, sempre più in fretta, perché altrimenti mica ce la fai ad arrivare primo”. Alla fine Lorenzo vivrà un epilogo quasi surreale della sua vita di lavoro che staglia sulla scena il dramma dell’immigrazione. Il secondo racconto della sezione che tratta delle persone è dedicato a Rinalda, donna forte, che bada da sola alla famiglia, ma che la sua realizzazione vitale l’ha raggiunta e compiuta nella grande famiglia del sindacato e non è un caso che nella struttura a corrispondenze questa correlazione richiami ad eco il racconto del vocabolario avente sullo sfondo Di Vittorio. E non è un caso che, anche se i colleghi maschi non sempre pensano alle sue difficoltà di donna, nel sindacato Rinalda abbia imparato che “ essere una persona per bene paga, avere rispetto degli altri e di se stessi paga, perché ci permette di vivere una vita più ricca, più bella, più degna di essere vissuta.”Nel terzo racconto della serie ci viene incontro Alvise, anche qui si effettua uno spostamento nel mondo dell’ingegneria e della tecnica come il terzo racconto della serie precedente, in un’officina meccanica dove il lavaggio dei motori schiude le porte al protagonista per insegnare e raccontare la filosofia , eppure i suoi studenti sono ammaliati dalla sua parola che ripercorre la sua estate a lavare motori fuoribordo. Qui è valido quello che dicevamo prima, si sfumano i confini tra le tecniche, il racconto si nutre dell’odore di salsedine e della manualità. L’ultimo racconto della serie disegna in contrappunto una vera e propria odissea umana, costellata dalle difficoltà che significano oggi in Italia essere donna e voler fare un lavoro da uomini: la macchinista. Giovanna ha voluto questo percorso fin da ragazza ed ora si trova a dover far funzionare ed azionare tutti i comandi della sua famiglia con lo stesso metodico scrupolo e precisione con cui governa una locomotiva e lo fa con tanto impegno che in fondo è fiera di sentire che suo figlio vuole imitarla. Questo nonostante il lavoro delle ferrovie sia l’emblema stesso dello sfruttamento e della tanto osannata flessibilità. Io ho suggerito due percorsi tra i tanti del libro ed in omaggio alla prammatica delle presentazioni di libri lascio agli interessati lettori la facoltà di trovarne altri. Devo inferire tuttavia un’ultima istanza critica sul racconto cornice. Cosimo viaggia ogni volta per ritrovare il fratello ammalato e morente e vero recensore del suo libro mentre lo scrive. Attraverso la parola di Libero ripassano in filigrana tutte le voci che raccontano la loro esperienza lavorativa. Viene fuori un libro a quattro mani, se non fosse, e questo lo capiamo solo alla fine ma in una maniera del tutto spiazzante ed inattesa, alla fine intorno a questo evento  e a questo libro si è costruita tutta la famiglia, nelle cantate scordate e a squarciagola, nei ricordi dell’infanzia davanti al mare, nei piccoli consigli di famiglia cui sono presenti anche fratelli che la vita ha portato lontano.

Prima di avviarmi alle conclusioni, vorrei dare corpo all’idea accennata in premessa, ovvero che questo testo letterario sia innanzitutto un potente strumento cognitivo, oltre che immaginativo, col quale è possibile dare un senso anche al lavoro, alla vita quotidiana, alle interazioni fra gli individui. In questo la scrittura letteraria si compendia con la disciplina del lavoro per la sua capacità di ipotizzare un ruolo sociale entro una comunità e di contribuire alla formazione delle identità. Se incentriamo su questo la nostra analisi, il romanzo consente di trattenere nella memoria più facilmente quei temi che rinviano alla concreta materialità dei contenuti di conoscenza.

Una peculiarità propria di pochissimi altri esempi della narrativa contemporanea che a mio giudizio fa iscrivere Testa mani e cuore nel filone di opere come La chiave a stella e il Sistema periodico di Primo Levi, Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri, La dismissione di Ermanno Rea.

Levi, Ottieri e Rea raccontano la periferia industriale cittadina e al contempo pongono il narratore come soggettività immersa in quello stesso ambiente e quindi passibile di trasformazioni. Conoscere la realtà del lavoro italiana non è un’operazione semplice, se consideriamo che lo stesso Ottieri, nel suo taccuino industriale annotava: “se la narrativa e il cinema ci hanno dato poco sulla vita interna di fabbrica, c’è anche una ragione pratica che poi diventa una ragione teorica. Il mondo delle fabbriche è un mondo chiuso. Non si entra e non si esce facilmente .Chi può descriverlo?”

 La capacità di raccontare il lavoro di Moretti supera l’impasse che spesso è generata nel lavoratore dal non saper descrivere le sue mansioni, come se fosse la memoria del suo corpo a conoscere i movimenti del lavoro, non le parole: imparare il mestiere significa infatti guardare gli altri che lavorano e poi ripeterne i gesti. Con il rischio oggi più che mai incombente di un potenziale dissidio tra un lavoro condotto a regola d’arte, ma che ha perso ogni fine di utilità per il singolo e la sua comunità, elemento presente in particolare in un testo come La dismissione di Ermanno Rea, dove il personaggio di Vincenzo Buonocore è incaricato non di un lavoro costruttivo, ma del disfacimento di un grande polo industriale. Sarebbe interessante promuovere qui a Roccapiemonte un dialogo a due voci tra Moretti ed Ermanno Rea.

Riannodiamo i fili in conclusione. Dietro al libro di Moretti c’è una scommessa letteraria che è anche una scommessa ideologica: riuscire a cogliere nel lavoro l’esercizio di competenza e l’impresa creativa, in altri termini la dimensione in cui l’uomo può pienamente misurarsi con se stesso, ritrovare il gusto della sfida, ponderare ogni scelta ed in tal modo conoscersi. Il lavoro, oltre a conferire autonomia e dignità agli individui, può diventare occasione di felicità per chi vi si dedichi con passione. Questi due valori, la dignità e la felicità nello svolgere il proprio mestiere, sono incarnati da tanti personaggi di Moretti e costituiscono un trait d’union con il  personaggio di Tino Faussone, protagonista del libro La chiave a stella, un operaio specializzato nel montaggio di gru e di tralicci, che è spesso in trasferta per prestare la sua opera in giro per il mondo; personaggi che  amano quello che fa e cercano di farlo nel migliore dei modi.  Nella sua modalità discorsiva e piacevole, Testa mani e cuore potrebbe ben prestarsi ad un percorso didattico nelle nostre scuole, alla luce anche delle raccomandazione del Parlamento e del Consiglio europeo sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente, che pongono l’accento su tre aspetti cruciali della vita degli individui, ovvero la realizzazione e la crescita personale (capitale culturale), la cittadinanza attiva e l’integrazione (capitale sociale) la capacità di inserimento professionale(capitale umano).

Mi piace chiudere proprio con una citazione da La chiave a stella

“Non è detto che l’aver trascorso più di trent’anni nel mestiere di cucire insieme lunghe molecole presumibilmente utili al prossimo, e nel mestiere parallelo di convincere il prossimo che quelle molecole gli erano effettivamente utili non insegni nulla sul modo di cucire insieme parole e idee, o sulle proprietà generali e speciali dei tuoi colleghi umani.”

Marianna Tocci

tocci[post su Facebook al comune amico Rocco Benevento (nda)]

Tra una pausa studio e un’altra ho appena finito di leggere Testa, Mani e Cuore.
Fai i complimenti a Vincenzo Moretti da parte mia. Non sono un critico nemmeno io per poter dire qualcosa di più specifico sul libro, ma m’è piaciuto davvero tanto, questo posso dirlo. 

Questa una delle parti che ho sottolineato:
“[..] E’ grazie a lui che ho anch’io i miei specifici ingredienti, rappresentati dalla presenza di un dato imprevisto, anomalo e strategico che deve essere osservato da una mente preparata per produrre un cambiamento di paradigma”.

Maria Grazia de Giovanni

mgdg1Testa, mani e cuore. Storie di fatica, semplici, normali, storie belle, storie di dignità e di decoro, storie di lavoro fatto bene, piccole storie, ma “che poi, se ci pensi bene, sono meno piccole di come sembrano a prima vista”.
Ogni storia di lavoro ben fatto è come una noce che da sola non fa rumore nel sacco. Ed ecco l’ingegno dell’autore nel metterle tutte insieme, per farle diventare rumorose, consistenti e dare loro una grande forza dirompente. Questo libro introduce, a mio modesto parere, un CAMBIAMENTO CULTURALE: dall’esempio positivo delle persone raccontate ciascun lettore può apprendere, comprendere, imparare, fare!.
“Le parole insegnano, ma gli esempi trascinano” diceva Sant’Agostino, ed è proprio vero.
Gli esempi di laboriosità, professionalità, passione, correttezza, amore per il proprio lavoro portano un ‘ONDATA di OTTIMISMO, di opportunità, di possibilità di credere che un’Italia migliore non solo è possibile, ma esiste già! Bisogna solo fare emergere tutto ciò e farlo conoscere come questo libro magistralmente sta facendo!
Un’altra novità del libro, consiste nel fatto che le storie delle persone sono intervallate da storie di oggetti, che si animano e raccontano il loro punto di vista: la piazza, la cardarella, l’ape, il vocabolario, il tutto tenuto insieme da una commovente storia tra due fratelli, di cui uno in fin di vita.
Bello, bello, bello! Da renderne obbligatoria la lettura nelle scuole!

Luisa Trezza

Perché “Testa, Mani e Cuore” non é un semplice libro, un romanzo, un testo da tenere sul comodino o da riporre in libreria … per me é una filosofia di vita, un segno, un percorso, una traccia da seguire!

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Giuseppe Gaddi

Caro Vincenzo,
Sono Giuseppe Gaddi e ci siamo conosciuti da ReMida in occasione della presentazione del tuo libro, di cui sono stato un appassionato ed avido lettore.
Mi permetto di darti del tu, giacché ritengo che tra il lettore e lo scrittore (ovviamente se il testo è valido) si crei un rapporto di intimità e di condivisione di idee e di passioni che renderebbe stucchevole darsi del lei.
Da trent’anni mi occupo di consulenza del lavoro ed ho vissuto le storie che hai raccontato con particolare partecipazione: mi ha affascinato l’amore che i tuoi personaggi hanno profuso nelle loro attività.
Nel mio caso, la passione per la fotografia è il mezzo che utilizzo per esprimere idee e sentimenti.
Cordialmente.
Giuseppe
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Rita Annunziata

“[..] Io devo piangere, e fino a quando ci state voi qua non lo posso fare. Lo sapete, è così da quando ero bambina. Per piangere, devo stare io sola.”
Ero su un treno per Napoli quando ho finito di leggere questo libro. Le lacrime sgorgavano dagli occhi come perle di sapere che dopo avermi inondato scivolavano via dal mio corpo, perché troppo debole per poterle cullare tutte. Mi asciugai il volto con il dorso della mano e tirai un sospiro, un rituale che da sempre compio ogni volta che giro l’ultima pagina di un libro che mi ha realmente coinvolto e mi sembra di star lasciando andare un amico – il fazzoletto in una mano, i piedi sui bordi del binario di quel treno che lentamente si allontana e diventa un punto millesimale verso l’infinito.
“L’infinito, la linea delle cose che finiscono senza avere mai fine: tu cammini e lei si sposta più in là, tu la insegui più in là e lei si è allontanata di nuovo. Sì, l’infinito è come l’eterno, non è nostro, non ci appartiene. Che poi non è tanto la morte il problema, almeno secondo me. È quando per morire devi soffrire come un pazzo che non si capisce più niente. È quando muoiono prima quelli che dovrebbero morire dopo”.
Un libro le cui pagine permeano del sudore di tutti quei lavoratori che lo hanno animato. Uno specchio sul mondo che ci circonda, il mondo di chi davvero combatte ogni giorno per sentirsi un po’ più vivo, il mondo di chi non se ne sta sprofondato in una poltrona a osservare i minuti che scorrono inesorabili, ma di chi lavora con la testa, le mani, il cuore, e io direi anche il fegato, il pancreas, le ossa. Ogni storia ci permette di aprire uno squarcio in realtà umili, concrete, reali. Prendono voce le cose, si fanno complici delle nostre vite, bocca di chi non riesce a parlare. Un libro che, alla fine, non ti lascia disarmato, ma armato del desiderio di operare, di “far qualcosa”, di metterci un po’ di quel cuore che il mondo che ci circonda tende a spegnerci, di provarci, di far parte silenziosamente di una di quelle storie. Perché, in fondo, è tutto quello che ci resta. Perché essere automi inermi non ha senso. Perché a volte tutto quello che conta è capire che dietro ogni più piccolo gesto c’è un lavoro, dietro ogni più piccolo lavoro ci sono delle dita, degli occhi, delle idee, dietro ogni più piccola idea c’è il desiderio di creare, cambiare, innamorarsi. Un libro che è una storia d’amore con ciò che oramai tutti considerano un sacrificio. Un libro che quel “sacrificio” lo trasforma in desiderio. Un libro che dà la forza.

Matteo Di Giovanni

La cardarella

La cardarella

Testa mani e cuore mi è piaciuto ‘na cifra.
E’ il libro che avresti voluto sempre leggere. E’ il libro della speranza, sono le storie di chi lavora e di chi il lavoro lo fa bene, è l’etica del lavoro raccontata con leggerezza, la leggerezza di chi nonostante tutto va avanti. E’ l’Italia dell’intelligenza, del voler fare sempre, di combattere contro tutti i pessimismi ed i “non ce la faremo”.
Libero e Cosimo siamo tutti noi, con i nostri se, i nostri cuori, la nostra voglia sempre e comunque di andare avanti. Nonostante tutto ci proveremo e nonostante tutto se ci proveremo ce la faremo, perché amiamo il nostro lavoro e quindi amiamo la vita e se è difficile l’ameremo ancora di più, perché noi nel lavoro ci crediamo veramente.

Mariagiovanna Ferrante

ferrante1Quando comprai  il romanzo di Vincenzo Moretti, ero già in ritardo notevole rispetto all’uscita dello stesso. Il libro era già stato recensito abbondantemente, e mi ero ripromessa di non leggere commenti per non lasciarmi condizionare. Caddi nella tentazione di leggerne uno solo, negativo. A quel punto, leggere il libro diventava una vera e propria missione: dovevo capire quanto fosse fondato il parere di quel lettore che aveva stroncato l’opera.

Ho letto il libro in una settimana, vedendo i miei ritmi rallentati da altre letture in corso e dalle inevitabili “distrazioni” del quotidiano. E ne ho tratto le mie osservazioni.

Come ogni opera del sociologo, si tratta di una riflessione sul lavoro, tema molto caro a Vincenzo Moretti e parola chiave delle sue iniziative letterarie. Quel che rappresenta una novità è l’impianto che l’autore ha voluto dare al libro: si tratta di un romanzo, appunto. Ma, se per “romanzo” si intende una narrazione organica nella quale il “plot”, la trama , si dipana a suon di prolessi e analessi, seguendo un ritmo scandito dalle vicende dei protagonisti…Si resta sopresi, quasi interdetti.  Il motivo è presto spiegato: mentre racconta la storia di Cosimo e Libero, e le loro schermaglie dolci e amare di fronte al tema della morte, ecco che l’autore inserisce altre storie, dando voce a persone e oggetti che narrano del proprio ruolo di protagonisti in esperienze lavorative.  Ho capito subito i motivi legati al giudizio negativo: una lettura distratta, superficiale, porta a chiedersi: “E questo, che
ci azzecca, che c’entra? Dove vuole andare a parare?”. E il lettore vede nel romanzo una non-struttura, caratterizzata da mancanza di organicità e di coerenza. Un lettore poco attento, però. Un lettore che, invece, non si ferma alla piacevolezza dello stile scorrevole (caratteristica che molto apprezzo in Vincenzo Moretti, che permette a chiunque di capire ciò che scrive), vede proprio in questa struttura particolare una coesione. Essa  è data dalle parole che Libero ascolta dal fratello: “ […]A me il lavoro ha dato veramente tanto […] Libero, la verità è che di belle storie abbiamo bisogno tutti come il pane, bisogna imparare a cercarle […]”. Il lavoro, senza il quale si prova scuorno, e grazie al quale si dà senso al proprio tempo. E le storie, che permettono di sperare-non solo di sognare- in un mondo in cui è sempre più difficile veder riconosciuto un diritto sancito dalla nostra Costituzione. I due elementi sono presenti nelle pagine del romanzo rincorrendosi e incontrandosi: è come essere di fronte a una scena, in cui ai dialoghi dei due protagonisti si aggiungono, integrandoli e offrendo ad essi delle variazioni, le voci di personaggi che fanno parte della storia stessa. Parlano la piazza, la cardarella, il vocabolario, una nuvola,insieme ad altre persone, altri luoghi, altri oggetti: voci di un coro che scandiscono gli atti di una vicenda, la quale si evolve sotto i nostri occhi e dentro il nostro cuore. Che ci fa sorridere e che, alla fine, ci sorprende grazie a un colpo di scena, di quelli che proprio non ci aspettiamo.

Testa, mani e cuore  è qualcosa in più di un romanzo, grazie all’effetto sopresa che lo caratterizza. In alcune sequenze, forse, ha uno stile troppo descrittivo, sebbene in altre – come quella dedicata alle braciole preparate dalla madre di Libero e Cosimo – non si potrebbe cogliere il senso del “lavoro ben fatto” senza accurate osservazioni della voce narrante su ciò che vede, o ha visto.

Alla fine della lettura, si sorride, dopo aver pianto un po’. E ci si sente al caldo, protetti dalla fiducia verso un valore – quello del lavoro – che non può e non deve essere perduto.

Giovanni Re

reLeggete qui l’intera recensione. Se vi dico che ne vale la pena potete crederci 🙂

Storie fatte di lavoro, sudore e passione, storie presenti nel suo bellissimo libro “testa, mani e cuore”.  Con lui condividiamo tantissimi aspetti legati a come il lavoro debba essere visto nella nostra società, pensiero concentrato in queste righe impresse nella quarta di copertina: “Nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore, altrimenti non diventerai mai un bravo artigiano.”
[…]
Non voglio raccontarvi di Libero e Cosimo, protagonisti del libro, ma voglio invitarvi a vivere in prima persona questo libro. Come vi ho detto il libro racconta storie di lavoro e Vincenzo ha avuto una fantastica idea: condividere insieme storie di lavoro in un preciso giorno, il 30 aprile 2014 alle ore 20.30, tutti insieme, tutti alla stessa ora, ognuno con chi vuole, nelle case, nelle scuole, nelle biblioteche, nelle associazioni, nelle istituzioni, nelle piazze, per leggere, narrare, ascoltare storie di lavoro perteciperemo alla Notte del lavoro narrato.
Anche la nostra community di artigiani tecnologici parteciperá a questa splendida iniziativa. Perchè anche noi siamo convinti che ciò che va quasi bene non va bene e faremo di tutto per diffondere la gioia di condividere le esperienze e di creare cose uniche come ogni bravo artigiano tecnologico sa fare.


Roberta Cascella

Tutti i libri che ho letto non mi hanno mai lasciata uguale a com’ero prima di leggerli. Ci sono libri che mi hanno fatto viaggiare e scoprire nuove culture, libri che mi hanno fatto sorridere, altri innamorare, libri che mi hanno fatto piangere, altri ancora che sono stati la custodia delle mie paure. Libri nei quali mi sono riconosciuta e libri grazie ai quali sono cresciuta.
Testa, mani e cuore mi ha restituito concretamente tutte queste cose. Ho viaggiato a bordo dell’ape di Duccio e oltre a scoprire le storie contenute nel libro, ne ho scoperte delle altre, da quelle raccontate nel gruppo #lavorobenfatto a quelle che abbiamo inserito nel nostro video, fino a quelle che da sempre hanno fatto parte delle mia vita quotidiana ma non me ne ero mai resa conto.
Ho sorriso e ho pianto, mi sono innamorata del lavoro, dell’università, dei miei amici, ho superato quel mostro nero della timidezza e ho letto quello che avevo scritto davanti a tutti. Mi sono riconosciuta nella nuvola grigia, bianca, nera, densa, riccia, porosa, evanescente, accogliente e rossa. Inevitabilmente sono cresciuta. “Testa, mani e cuore” mi ha restituito concretamente tutte queste cose e mi ha donato tanto altro. Ho una nuova concezione del lavoro, credo più in me stessa, mi sono sentita soddisfatta e appagata, inoltre ho adottato una nuova filosofia di vita, “perché è tutta una questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore”.
Quando entro in libreria per comprare un libro, la copertina condiziona molto la mia scelta e ammetto che probabilmente quella di “Testa,mani e cuore” non mi avrebbe attirato e a maggior ragione penso: “che fortuna averlo comprato.”

Giovanni Ferrara

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Alvise

La Piazza

La Piazza

Lorenzo

Lorenzo

Il papà della maestra Chiara

Il papà della maestra Chiara

Andrea

Andrea

Libero

Libero

La cardarella

La cardarella

l'autore

L’autore

Umberto Di Pietro

tubelli1Il romanzo di Vincenzo Moretti, Testa, Mani e Cuore fa luce sul mondo del lavoro in un modo che definisco “insolito”, lo fa cioè attraverso le storie delle persone e degli oggetti del lavoro, storie che a loro volta potrebbero svilupparsi in tante altre, tante quante sono le persone che il lavoro lo fanno con passione.
In un paese, il nostro, che ha dimenticato la “fatica” prima ancora di perdere il lavoro, questo romanzo da visibilità all’Italia operosa,che fa ancora bene il suo lavoro, non solo come mezzo per procurarsi di che vivere, ma anche come elemento fondamentale sul quale poggia la vita delle persone.
Io questo romanzo l’ho letto un po’ così come di solito leggo un saggio: mi sono ritrovato cioè, in alcune fasi della lettura a prendere appunti.
Ho ritrovato così gli insegnamenti che ho ricevuto lungo la mia vita di lavoratore ( sono un tecnico di sistemi elettronici ), sostituendo alla “personificazione” della cardarella il cacciavite, il saldatore, il tester e tutti gli altri strumenti che ti fanno svolgere bene il lavoro, quando sono ben tenuti e usati.
Ho rivisitato i luoghi dove, anche se per brevi periodi, ho vissuto, tipo il quartiere della Boca a Buenos Aires, 
ritrovando i figli dell’Italia emigrata all’inizio del secolo scorso, con le loro storie. Il lungomare di Gaeta e in questo caso un viaggio più lontano nel tempo che nello spazio, dove è ancora vivo il ricordo dei pescatori amatoriali che passavano l’intero pomeriggio sul molo.
Molte dunque le storie o situazioni dove la mia storia personale va a intersecarsi con il libro.
Ecco, la lettura di questo romanzo è stata una bella cosa.
Grazie Vincenzo.

Monica Zunica

tmc4smallSe vi dicessi che c’è un libro in cui viene narrata una storia nella storia. Un libro in cui ad avere valore sono le cose piccole e per questo fondamentali. Gli affetti, la famiglia, il lavoro che giorno dopo giorno arricchisce i nostri cuori perché ci rende consapevoli di quello che possiamo fare. Se vi dico che in questa storia gli oggetti sono impregnati di sentimenti tanto da poter parlare. E che i luoghi non sono solo tali ma hanno uno spirito capace di raccontare le storie di coloro che ogni giorno li attraversano. Se vi dico che in questo libro nulla è certo, neanche la morte. Che fareste? Lo leggereste?
Io penso proprio di sì. E una volta finito tornereste sui momenti che maggiormente vi assomigliano. Perché i libri servono anche a questo. A darci vite parallele che possiamo rivivere tutte le volte che vogliamo. Andreste a cercare risposte a domande che non vi siete mai fatti e capireste l’importanza del “fare”. Perché ogni volta che non avete avuto il coraggio di mettere Testa, Mani e Cuore in una cosa, avete poggiato un mattone in un altrove di cui non potete sapere nulla. E mattone dopo mattone un giorno vi accorgete che un muro vi separa da quello che avreste voluto essere. Per questo non bisogna mai dimenticare l’importanza di un libro. Perché ogni pagina cancella un mattone.

Bruno Patri

patri2Caro Vincenzo,
in “Testa, Mani e Cuore” mi ci sono rivisto più volte: la mia giovinezza, il mio lavoro, i miei luoghi … Mi voglio soffermare sull’APE 150 cc. della Piaggio che appartiene alla mia giovinezza …

LA LAPA (APE della Piaggio)
Nel 1966 avevo dodici anni, mio padre non faceva più il “cannataro” (artigiano che costruisce manufatti in argilla per uso domestico: cannate, piatti, vasi, stampi per la marmellata o per la mostarda ) e si occupava della manutenzione del campo di calcio della locale squadra che militava in serie D.
Il rettangolo di gioco, delle dimensioni approssimative di metri 90 x 60, andava regolarmente sistemato (spianare le buche, togliere qualche filo d’erba) ed infine andava “rastrellato” con un rastrello in ferro abbinato ad un ampio tappeto della larghezza di circa due metri.
Per tirare questo tappeto mio padre si avvaleva di una “lapa” …. in siciliano si chiama così la famosa APE della Piaggio.
Visto che ero ormai “grandicello” e che il “circuito” ricadeva in area “quasi privata” e non c’era pericolo di scontrarsi con altri mezzi … a dodici anni cominciai a guidare “la lapa”.
Si iniziava dal perimetro esterno e poi, come una grande spirale, si percorreva tutta la superficie del campo fino ad arrivare al centro.
La lapa aveva i suoi “annetti” anzi era … maggiorenne, talvolta stentava a partire (avviamento a pedale), si ingolfava, si formava il “coccio” nella candela”, si bucavano le camere d’aria delle tre ruote ormai lisce.
Per me era una festa … più che un lavoro. All’epoca avevo quattro cani: tre maschi ed una femmina. I tre maschi … appena sentivano che io mettevo in moto la lapa  … saltavano sul cassone e mi facevano compagnia per tutta la durata del “rastrellamento” … volevano provare l’ebbrezza della velocità …

patri1Caro Vincenzo,
il libro non l’ho ancora finito di leggere … dopo che l’avrò letto comincerò a studiarlo … poi lo dovrò metabolizzare … per adesso solo una piccola anteprima … l’artigiano: un lavoro fatto con la testa, con le mani ma principalmente con il … cuore.
Non ho potuto fare a meno di pensare a mio padre … quando nemmeno ventenne … plasmava la creta e la rendeva viva … le mani “n’critate” … il tornio che girava docile alla spinta del piede … il vaso che si alzava come per magia … cose di altri tempi.

Carmela Talamo

torre1Ci sono storie che ti appartengono. Hanno il sapore dei tuoi ricordi, degli insegnamenti di tuo padre e tua madre. Quello che ti hanno trasmesso senza bisogno di parole, semplicemente essendo come erano. Certe storie sono assolutamente tue, sembrano la trascrizione di ciò che hai provato, di tutto il dolore che una malattia porta con se, ma anche tutto il resto, si, tutto il resto: la forza, la dignità, il non voler cedere, non volersi arrendere, la consapevolezza che la morte vincerà il tuo corpo ma non vincerà mai quello che sei, non vincerà il tuo ricordo, non vincerà quello che sei riuscito a creare e a tramandare, non vincerà l’amore che hai generato vivendo come hai vissuto. Certe storie ti urlano da dentro tutta la rabbia di cui sei capace, ma ti chetano anche, ti calmano, ti danno la conferma di ciò che hai imparato nel corso degli anni, che esiste un solo modo di fare le cose ed è farle bene, mettendoci dentro tutta la passione e la competenza di cui sei capace, che non importa cosa, ciò che conta è come, che fosse anche il più umile dei lavori, fosse anche la cosa più insignificante che possa sembrare, se quella cosa è fatta bene diventa la cosa migliore che una persona possa augurarsi di fare nella vita …
Ci sono storie che porti dentro di te da sempre … sono tue … sei tu.

Maria D’Ambrosio

tmc4smallCaro Vincenzo,
leggere il tuo romanzo è come attraversare testa, mani e cuore di un paese, il nostro, e sentirne la pulsante vitalità depositata nelle piccole cose del quotidiano, quelle piccole cose cui tu sai dar voce e dignità, restituendole alla storia e alla bellezza incantatrice del racconto. Un racconto il tuo che è anche flusso di coscienza, dove le parole accompagnano in un viaggio dentro un mondo di cui si riesce a sentire il respiro, come una nenia a cogliere il ritmo di esistenze cui volgere lo sguardo e tendere l’orecchio in un ascolto cauto che d’improvviso t’invade di sincera tenerezza e t’impone una pausa dentro quel flusso, dove cambiare direzione diventa necessario per ritrovare la forza di un nuovo inizio.
Cariche d’ironia, tra canto e disincanto, le storie ideal-tipiche di cui è fatto il tuo romanzo si aggrovigliano in un’unica trama, tessuta con cura artigiana e sapiente di chi come te vuole che il romanzare sia modus per dare corpo e voce e forma, e vita, vita pulsante, e pure malata, ferita, maltrattata, ad un pensiero, a quella che io chiamo una ‘filosofia’, che è anche un progetto, un disegno, un’idea che ha bisogno di tante e differenti teste, mani e cuori per essere attualizzata e farsi presente. Perché chi tesse la trama sei tu, riconoscibile nel tuo straniante gioco fatto di parole che sono soprattutto suono e ritmo di una lingua che si fa danza e muove chi ti legge a credere sia tutto tremendamente vero, seppure fuori dal tempo ordinario e dentro quello di una grammatica che è la tua e una timbrica che somiglia a quella di un Ulisse ritrovato.
Con lo stupore di un bambino emergo quindi dalla lettura, carica di un antico e nuovo sapere, di quella ‘filosofia’ che pervade il tuo scritto e che torna ad essere sapienza comune per chi legge perchè sente di essersi trasformato in testimone di una realtà svelata, la cui sacralità è presa in consegna e va condivisa nel pubblico dominio della piazza.
Grazie

Giulio Maria Esposito

esposito1Sono dell’idea che se un libro ti piace, per davvero, lo capisci subito. Ti bastano quindici, venti pagine, uno, due capitoli e già puoi dire se il libro ti ha colpito, se ti piacerà. Personalmente, quando, dopo queste famose 20 pagine, ho capito che il libro mi piace, lo divoro: non riesco a smettere di leggere, ho bisogno di sapere come andrà a finire, sono capace di non dormire pur di arrivare alla fine.
Con “Testa, Mani e Cuore” è andata esattamente così: l’ho iniziato e non sono più riuscito ad alzare la testa dal libro fino a quando non sono arrivato alla lettera di Antonietta a Cosimo.
“Testa, Mani e Cuore” mi ha coinvolto per due semplici motivi:
1) Parla di lavori fatti come si deve. In un periodo non felicissimo per l’Italia, queste “immagini” sono sempre meno frequenti. Troppo spesso il messaggio che ci viene trasmesso è che l’unico lavoro che serve è quello facile, non quello fatto bene. Esempi come quelli riportati nel libro sono sicuro che farebbero comodo anche a molti di quelli che oggi “guidano” il paese.
2) La realtà delle vite dei personaggi. Il lavoro e la malattia sono temi importanti con i quali la gente si confronta quotidianamente e ciò non ha fatto altro che aiutarmi a legare con le vicende di Cosimo, Libero e di tutti i protagonisti di questo racconto.

Lisena Manca

tmc4smallCapisco se un libro mi è piaciuto quando, una volta finito, ne sento la mancanza.
Quasi due settimane e ancora ci penso. Ripenso, con malinconia, ad un omone umile e forte, lavoratore indefesso, padre di una grande famiglia. Ripenso, con le parole di mia madre nella mente “ricordati dei giapponesi, la cura degli oggetti!!!”, alla cara cardarella, trattata con tanta cura e premura da mani sciupate e un po’ sgraziate. Ripenso, con senso di colpa, al mio vecchio vocabolario di latino, a come vorrei chiedergli scusa per averlo abbandonato, subito dopo il liceo. E poi c’è l’incontro con via Canova, un discorso a parte, che non riesco ancora a commentare. E poi il finale merita davvero un elogio, tutto il mio apprezzamento, con un sorriso che viene dal cuore … meraviglioso, commovente. Oggetti, persone, storie di vita, che dal particolare si riallacciano al tumulto dell’universale, facendoti sentire parte di un sistema che sembra essersi estinto, ma invece ancora intatto, attivo e coinvolgente, è fatto di persone oneste e per bene.
Per me un romanzo ricco, ricco di poesia.

Roberto Zarriello

Titolo: La vera innovazione è fare bene le cose con “Testa, mani e cuore”
Fonte: l’Huffington Post

Questo di Moretti è in definitiva un romanzo tutto da leggere, ti fa ridere, e piangere, e soprattutto ti lascia dentro molte cose, a partire da questa idea del lavoro ben fatto come motore del cambiamento di cui ha bisogno il nostro Paese, a partire da Sud. Sì, dal Mediterraneo e fine ai confini con l’Europa possiamo, intorno al valore e alla cultura del lavoro, cogliere opportunità importanti e dunque moltiplicarle. Con il suo romanzo Moretti vuole dirci che è possibile, perché nel lavoro come nella vita “è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore, altrimenti non diventerai mai un bravo artigiano”.

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Domenica Musella

tmc4smallScusa il ritardo, ma sono tanto lenta a prendere certe iniziative. Volevo inviarti le mie impressioni sul tuo romanzo.
Un bel romanzo che ci fa viaggiare nell’Italia passata e presente, attraverso il lavoro come valore importante della nostra vita. Un percorso tra i vari tessuti sociali e le differenti categorie di lavoro con un unico denominatore: passione e rispetto.
Lettura semplice e scorrevole con interferenze dialettali, che permettono di entrare nell’intimo del napoletano e dell autore stesso.
Mette in evidenza, con storie simpatiche i vari personaggi e cose che hanno portato cambiamenti sul lavoro e nella società, esaltando sempre l’impegno e la correttezza (valori importanti sempre in evidenza).
Ma l’emozione che trasmette tanto è lo sfondo del romanzo: la famiglia.
La lettura dei capitoli di Via Canova sollecita emozioni, a volte anche con un groppone alla gola, ricordi di quelle meravigliose famiglie (dicono antiche!!!!) dove si manifesta, senza pregiudizi e con assoluta sincerità la complicità e l’amore fraterno, tipico di una vera famiglia.
Emozionante è l ultimo capitolo: un Natale dove sono presenti (assenti e presenti) tutti insieme (tutti per uno e uno per tutti) per il Natale della tradizione con tutti i crismi delle sane abitudini.
Morale della favola, per quello che mi riguarda, tanta malinconia per cose che non vedo piu! Invece esiste ancora qualcuno che testimonia ciò che è importante per la nostra umanità.
A presto per poter stringerti la mano.

Antonio Tubelli

tubelli1Come Vincenzo faccio parte di una generazione che voleva cambiare il mondo e non ci è riuscita, le cose vanno in tutt’altra direzione rispetto a quella per la quale abbiamo combattuto, personalmente pensavo di morire in una società completamente diversa da quella attuale ma non è stato così e naturalmente mi prendo la mia parte di colpa.
Il nostro modo di essere e di fare ci ha dato però la voglia di capire il perché delle cose, di non accontentarci delle spiegazioni semplici, di privilegiare la profondità invece della velocità. Vale per tutto, per il modo in cui abbiamo vissuto la politica e il sindacato, per il modo in cui personalmente mi sono avvicinato alla tradizione e alla grandezza della cucina napoletana, per il modo in cui quando facciamo una cosa – cucinare la pasta e lenticchie o scrivere un libro -, partiamo da mille domande e interrogativi, domande e interrogativi che ho ritrovato tali e quali in Testa, Mani e Cuore.
Quello di Vincenzo non è un libro statico, è animato, per certi versi è un cartone animato, nel senso che nel suo libro c’è una sorta di umanizzazione delle cose e così finisce che oggetti, luoghi, idee parlino e il lettore si ritrova come la mia nipotina che nei cartoni animati vede le auto che parlano, le macchine movimento terra che parlano.
Sì, Vincenzo fa questo, umanizza le cose, le fa parlare, la cardarella che si racconta mi è piaciuta moltissimo. Sì, la cardarella, un attrezzo per molti versi in disuso, o comunque sempre più difficile da trovare in giro, che però riesce a trasmetterti la sua umanità quando dice che la sera, finito il lavoro, deve essere lasciata bella pulita e in ordine. Un’umanità, quella della cardarella, che fa tutt’uno con l’umanità del muratore, con la cura, persino la delicatezza, con cui egli la pulisce consapevole di quanto è importante per il suo lavoro. Ecco, direi che c’è una sorta di complicità tra lavoratore ed utensile ed è bello che sia quest’ultimo ad umanizzarsi e a raccontare la storia del suo rapporto con il lavoro e con chi lavora.
E che dire della trattoria! Mentre leggevo di questo luogo che racconta dei suoi profumi, dei suoi odori mi dicevo sì, io lo so, funziona veramente così, a fare la differenza sono proprio quelle cose lì, è la capacità di far stare bene le persone, proprio come fa “la comandante” con i giovani musicisti che si ritrovano lì a Genova perché c’è un festival della canzone. Sì, questo racconto è stato per me particolarmente coinvolgente, sono tornato con la mente alla mia prima esperienza, al circolo Arci Slow Food, a Il Pozzo, a Via Fratelli Magnoni, sulla Riviera di Chiaia.
Per come la leggevo nel libro, è stato come se Vincenzo fosse stato con me in quelle sere in cui arrivava la giovane redazione de la Repubblica, la giovane redazione del Tg3 e così via, e si tirava tardi tutti assieme, e alla fine diventava arduo persino portare il conto, perché vi era stato uno scambio tra il cibo e l’allegria, tra il gusto e le parole. Ecco, io penso di poterlo dire, è così, i luoghi possono essere animati proprio come nei racconti di Vincenzo.
Fatemi dire una cosa anche sull’importanza delle parole, non solo perché qui Vincenzo ha avuto il dono della premonizione dato che uno degli uomini secondo me più grandiosi di questa nostra epoca, Stefano Rodotà, ha utilizzato il termine che Vincenzo prende ad esempio per chiarire i significati: “comprensione!”. Parlo del comprendere che non vuol dire condividere o giustificare, ma piuttosto lo sforzo indispensabile di capire le ragioni altrui anche e soprattutto quando si intende confutarle, criticarle, combatterle.
Sempre a proposito di parole devo dire che ho trovato la storia del vocabolario meravigliosa. Sì, il vocabolario è stato per me un altro personaggio di una forza incredibile, anche perché mi ha ricordato una delle persone più significative della nostra storia sindacale, un dirigente della Cgil che quelli della mia generazione non hanno avuto la fortuna di conoscere e ciò non di meno lo hanno amato molto, Giuseppe Di Vittorio.
Un’altra delle domande che mi sono posto leggendo il libro, è questa: gli oggetti, i luoghi, le parole, sono aspetti fondanti di una identità, sono portatori di tradizione e quindi di storia? La mia risposta è si, oggetti, luoghi e parole possono aiutarci a ricostruire la nostra identità e la nostra storia e il lavoro di umanizzazione che ne fa Vincenzo esalta questa possibilità, la rende più evidente.
In fin dei conti nei racconti di Vincenzo a fare da filo conduttore è la consapevolezza che nel lavoro come nella vita a fare la differenza è l’impegno e l’amore che mettiamo nelle cose che facciamo, il piacere di fare bene le cose.
Vedete, io penso che tutto questo ha anche il merito di togliere dal folclore il ruolo del napoletano che lavora, napoletano intesa nella sua accezione larga, quella di meridionale, di uomo del Sud (a proposito, non so se lo sapete, ma anche in campo gastronomico noi meridionali abbiamo pagato un prezzo salato per l’unità d’Italia, sono state cancellate la nostra storia e la nostra cultura gastronomica, sono stati come sempre i vincitori, i conquistatori, a scrivere la storia). Lo vedo quando lavoro fuori da questa città, in Italia e ancora di più all’estero, quando dopo che ho presentato i miei piatti, cosa che naturalmente faccio come si deve fare, puntualmente la prima domanda che mi viene rivolta è: “ma lei è di Napoli?”. “Si!”. “Di Napoli Napoli?”. “Si, sono del rione Sanità, ne approfitto per invitarvi a visitare le catacombe di San Gennaro, di San Gaudioso e tutte le altre cose belle che ci sono nel mio quartiere”.
Perché accade questo? Perché fa strano vedere un napoletano che si esprime gastronomicamente in un certo modo e che non parla della luna, del mandolino, della pizza e della mozzarella – intendiamoci, tutte cose che mi piacciono -, che insomma non utilizza i luoghi comuni tipici di un certo folklore; è un’idea molto radicata del nostro essere napoletani – quella ad esempio del tassista che “simpaticamente” non ti dà il resto. che a mio avviso va combattuta fino in fondo. Sì, voglio dirlo forte e chiaro, a me la Napoli del tassista “simpatico”, la Napoli senza regole e senza rigore non solo non mi piace, mi fa incazzare.
Ecco, Vincenzo toglie Napoli e il lavoro dal folklore, restituisce loro la dignità che meritano, che gli appartiene di diritto, e questo per me è un altro motivo per amare questo libro.
L’ultima cosa che intendo dire è che tutta questa animazione che contraddistingue il libro è tenuta assieme dalla storia di due fratelli, Cosimo e Libero, legati da un rapporto molto tenero nel quale il lavoro è ancora una volta una componente molto importante. Sì, è questa una parte molto bella del lavoro di Vincenzo, così come sono belle le battute in napoletano che chi legge incontra qua e là e che hanno una signorilità e una freschezza che è difficile trovare da altre parti.

Ester Petrillo

“Appena finisco di guardarlo mi metto a lavoro!” è questa la sensazione che rimane ogni volta che si rivede “la tela e il ciliegio”. La voglia di creare qualcosa che sia unico… il desiderio di realizzare un lavoro che passi prima dalla testa, poi dal cuore e che venga trasferito in maniera spontanea alle mani.

La dedizione al lavoro del maestro ebanista è invidiabile, non è fatta solo di sudore…guardandolo se ne può assaporare la volontà, l’impegno, “l’accanimento”, la passione. La sua passione si mescola col talento per dare vita all’opera d’arte della sua vita: il suo stesso lavoro. L’innovazione portata avanti da Guedado è invece poetica, non prende dal presente, ne dal futuro come si può pensare immaginando concretamente ciò che fa, arriva dritta dal passato, dalla predisposizione dell’uomo a fare ciò che sa fare meglio, dalla predisposizione dell’uomo a scoprire il nuovo e farlo divenire qualcosa di indispensabile, dalla predisposizione di utilizzare i mezzi che si hanno e si conoscono in modo diverso, nuovo, unico.

E mentre le immagini raccontano, il vecchio ed esperto maestro sembra confondersi e mescolarsi col giovane digital life coach grazie al racconto delicatissimo ed emozionante di ciò che sanno fare meglio: il loro lavoro…

Felix.fdc

Fonte: aNobii

deangelis1Un finale inaspettato, tanta vita e umanità. A mio modo di vedere bastano queste parole per descrivere l’ultimo lavoro di Vincenzo Moretti, pochi tratti che sono sufficienti per disegnare in maniera nitida ciò in cui si imbatterà il lettore.
Non sono certo un critico letterario ma mi permetto di azzardare che ho imparato ad identificare lo stile dello scrittore; le testimonianze di vita comune e l’umanità che fa da sfondo alle storie raccontate sono caratteristiche comuni sia ai precedenti lavori di Moretti che a quest’ultimo peraltro primo romanzo dell’autore. Mi é piaciuto e lo consiglio.

Irene Gonzalez

Irene è mia nipote, come potete leggere dal primo rigo. Ora non dirò che lei di libri ne legge tanti, che è una critica letteraria, che sa essere dura q.b., come dimostrano le mail che mi ha mandato quando ha letto le prime stesure del volume. Dico invece che funziona come dico io, che quando si dice o si scrive quello che si pensa davvero chi legge se ne accorge, persino quando a scrivere è una persona che ti vuole bene a prescindere. Quello che cerchiamo io e Alessio Strazzullo, il regista di La tela e il ciliegio, è esattamente questo: persone che dopo aver letto il libro e dopo aver visto il film raccontano quello che hanno pensato e provato “o veramente”.
ps.
Irene ancora non lo sa, ma le ho “censurato” tre righe del commento. Un pò perché sono troppo personali e tanto perché svelano il finale, e questo non va bene. 🙂

fiscina1Caro zione, come promesso, ieri ho finito il tuo libro. o meglio sarebbe dire il nostro libro, perché c’è tanto di noi, della nostra famiglia, di quello che ha segnato le nostre vite e in cui crediamo, che è impossibile non sentirsene parte. e anche perché nel momento in cui uno scrittore trova anche un solo lettore, il libro smette di appartenergli in esclusiva e diventa un bene condiviso.
Devo dire che mi ha commosso molto. Tutta la cornice mi ha commosso molto. L’ultimo capitolo, quello di dieci anni dopo, ancora di più. Perché è un finale alternativo che solo la letteratura può rendere vero, e perché tutto il dolore per la perdita di un essere tanto amato come un fratello, tutti i nostri discorsi sulla vita e sulla morte, tutti i discorsi tra me e te stanno lì, racchiusi in quelle ultime pagine.
Confermo la mia interpretazione, questo non è un libro sulla morte, è un libro che tenta disperatamente di dare una risposta alla morte attraverso il lavoro. Che ci riesca o meno, sta a ogni lettore giudicarlo: a fine libro, ognuno saprà se rimane col dolore o con una dolorosa speranza. Io non lo so dove rimango…forse a metà strada tra il dolore della perdita e la speranza di trovare un senso.
Fatto sta che hai scritto un bel libro. un libro difficile, a volte troppo, a volte così tuo che non si riusciva a starci dietro. Altre volte invece talmente poetico e universale da ritrovarcisi per forza.
Ti voglio bene, ma tanto tanto tanto.
Irene

Gaetano Massa

Ciao Vincenzo,
ho quasi finito Testa, mani e Cuore.
Mi ha preso tantissimo, lo trovo molto scorrevole e coinvolgente.
Mi piace anche il fatto che il romanzo si sviluppi attraverso tante piccole storie, e quello che hai scritto a pag. 100 lo trovo meraviglioso, per me è da prendere come lezione di vita:
“Perché uno può anche pensare quella scoperta avrei potuto farla io, quel libro avrei potuto scriverlo io, quella piazza avrei potuto progettarla io, quel canestro coast to coast, da un tabellone all’altro, sarebbe piaciuto farlo a me, a patto però di non dimenticare l’impegno quotidiano, il lavoro che ti porta alla scoperta, al libro, alla piazza, al canestro. Si, neanche il genio può fare a meno del lavoro, vale nella scienza, vale nello sport e vale nella vita, perchè alla fine a farcela sono quelli disposti a sopportare la fatica anche quando sembra che non sia piu sopportabile, a conquistare un centimetro anche quando mancano km al traguardo, a cercare una risposta anche quando gli altri pensano che non ci sia”.
Nei prossimi giorni conto di fare una foto da dedicare al tuo libro e te la mando.
A presto.
Gaetano

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Luigi Torino

granato2Il libro di Vincenzo Moretti è un po’diario, un po’ romanzo e un po’ saggio.
È un po’ diario per la successione cronologica con cui i fatti sono narrati e per la scrupolosità con cui sono annotati i tempi e i luoghi degli avvenimenti.
Ma questo libro è anche un romanzo, la storia del rapporto tra due fratelli in un particolare momento della vita di uno di essi. E come tutti i romanzi che si rispettano presenta anche un finale inaspettato.
Il libro ha, inoltre, l’aspetto di un saggio perché è dedicato per buona parte al lavoro e alla volontà/necessità di farlo bene, a prescindere.
Che cosa però rappresenta questo libro nel suo insieme? È il viaggio di un uomo che va alla ricerca della strada da seguire, della luce verso cui tendere per dare un senso alla propria vita.
E questa luce la trova nel lavoro e nella socializzazione.
Nel lavoro: “Quando ti chiedono cosa fai, rispondi che fai l’artigiano. È la verità, nelle cose che fai metti competenza, impegno e passione… Dai ammettilo, senza una qualifica, un mestiere, sei un mezzo uomo.”
E nella socializzazione: ” … nessuna noce fa rumore se rimane da sola nel sacco, che funziona così nella vita, nella società, nella politica, che nessun uomo può farcela da solo … “.
La suddivisione del libro in brevi capitoli, molti per certi versi non legati strettamente alla trama, favorisce una lettura per così dire episodica: un capitoletto ogni sera prima di andare a dormire. Sono rispettati anche i canoni di un linguaggio svelto, pulito, al di là di ogni costruzione retorica.

Bruno Ugolini

Fonte: l’Unità

“Il libro, in realtà. non rappresenta l’ennesimo trattato, ma è un vero e proprio romanzo. I protagonisti sono certo le persone come Andrea che va in America, Alvise che lavava i motori navali e poi diventa professore, la ferroviera macchinista, Tonino con Pasquale che creano il loro primo film. Nel rapporto col lavoro troviamo però una serie di elementi che affollano le vite operose di tante donne e uomini. Come utensili «parlanti» quali la «cardarella» (il secchio dei muratori), il vocabolario caro a Di Vittorio, l’etichetta giapponese «Kamban», l’Ape trasportatrice. E poi i luoghi: la piazza, l’osteria, la cattedrale, internet. E infine la connessione tra il lavoro e il futuro, le idee, la solidarietá, la collaborazione. Tanti capitoli e tanti racconti intrecciati alla storia di Libero, un fratello colpito da un morbo incurabile, in una tenera, emozionante e scoppiettante, malgrado tutto, cornice partenopea. Con una scrittura brillante che sa come dice il titolo, di testa, di mani e di cuore. Tre elementi che dovrebbero appartenere al lavoro oggi «perché nel lavoro tutto è facile e niente è facile, è questione di applicazione, dove tieni la mano devi tenere la testa, dove tieni la testa devi tenere il cuore, altrimenti non diventerai mai un bravo artigiano». Con una visione che potrebbe far pensare al passato «fordista» e non al presente fatto spesso di call center e di boom dei servizi, con progressivo ridimensionamento dell’apparato industriale. Eppure di testa, mani e cuore c’é ancora bisogno.”

Leggi l’intera recensione

Silvia D’Aguanno

La settimana scorsa si è svolto a Cassino, nella Cascina che da anni, ormai, ospita Exodus, un percorso di riflessione sulle occasioni dei giovani di poter occupare un ruolo rilevante in una società fondata su rapporti sociali giusti e etici, una società che rappresenta una popolazione avente il conseguimento di un preciso scopo : la PACE. “Mille giovani per la pace” ha voluto porsi come un evento capace di stimolare dentro ognuno di noi degli interrogativi, porci dei dubbi riguardo la vita che conduciamo e che ci circonda quotidianamente: dagli sprechi (etica e economia) , alle ingiustizie (conflitti tra popolazioni), alla tutela dei diritti umani (aborto e diritto al benessere), alle problematiche legate al lavoro, al precariato.…
Qual è la differenza tra un lavoratore italiano, ad esempio uno spazzino, e un lavoratore inglese che svolge la stessa mansione? Cosa pensa un lavoratore italiano quando si alza la mattina per andare a lavoro? E quando rientra a casa, è soddisfatto del proprio mestiere?
“Testa, mani e cuore” è il libro che Vincenzo Moretti ha presentato in occasione di “Mille giovani per la pace”, una presentazione molto particolare e incisiva che sicuramente non ha lasciato indifferenti coloro che hanno assistito all’evento.
E’ un romanzo che si articola in più storie, che non vuole restare in superficie, che affonda le sue radici negli abissi dell’ animo di tutti quei cittadini italiani che oggi, purtroppo, stanno vivendo situazioni difficili e poco appaganti.
L’Italia siamo Noi, siamo tutti noi che ogni giorno ci alziamo per lavorare, andare a scuola, e senza una passione motrice, un interesse a fare le cose per bene, precise, rischiamo davvero di perdere tutto …
Buona lettura.

Franco Gentile

Titolo: Un piacere leggerti e un piacere da chiederti
Caro Vincenzo, sono Franco Gentile e voglio farti sapere che nello scaffale napoletano della mia libreria ci  sono alcuni testi di compagni che hanno pubblicato, da giovanni santarpino a luciano scateni e naturalmente alcuni sono tuoi, compreso l’ultimo, il tuo primo romanzo, “Testa, mani e cuore”.
Confesso che l’incipit mi ha lasciato un po freddino, poi andando avanti ho apprezzato la fantasia che hai usato per ribadire il concetto del titolo. Non so se ti faccio un complimento o meno, ma a me è venuto di definirlo un pò il libro Cuore del lavoro, in senso de amicisiano di promozione dei giusti sentimenti ed un antica cultura.

P.S.
Posso chiederti un piacere? Poiché mi è difficile partecipare ai tuoi incontri pubblici e sto diventando agorofobo a Napoli, vorrei avere un tuo autografo scannerizzato e inviato via email, in modo da allegarlo alla prima pagina del libro. Ti ringrazio in anticipo e ti abbraccio.
Franco

Fonte: Mail